In vinea mea / Chominciamento di Gioia
Il vino, la vite e la vigna nel Medioevo





medieval.org
Edizioni Musicali III Millennio CDA 0185

2003







1. Bacche bene venies   [4:20]   Carmina Burana, sec. XIII   CB 200
canto AT AP BS RC FG GM LT · coro AT AP BS RC FG GM — salterio, arpa, vielle LP GR, flauto dritto LL

2. Deficiente vino   [0:35]   ms. I-Pa 2788, Perugia, sec. XIV
canto · coro AT AP BS

3. Como Deus fez vynno   [5:31]   Cantigas de Santa Maria, sec. XIII   CSM 23
canto AT · coro  AP BS RC FG — saz, arpa, viella GR, flauto traverso, tamburo a cornice

4. Bon vin doit   [2:05]   Roman de Fauvel, sec. XIV
canto AT AP BS · coro AT AP BS RC FG GM LT — arpa, viella LP, symphonia, flauto traverso, campane EF

5. Alte clamat Epicurus   [3:45]   Carmina Burana, sec. XIII   CB 211
canto AT AP · coro AT AP BS RC FG GM LT — liuto, salterio, arpa, flauti dritti LL GR

6. L'autre ièr cuidèi aver druda   [3:01]   chanson trobadorica, anonimo, sec. XII
canto AP — arpa, viella LP, flauto dritto LL, tamburo a cornice

7. Ben pod'as cousas   [4:45]   Cantigas de Santa Maria, sec. XIII   CSM 73
canto AT BS · coro AT AP BS — liuto, salterio, arpa, viella GR, flauto traverso

8. Sacerdos in aeternum   [0:36]   ms. I-Pa 2799, Perugia, sec. XIV
coro AT AP BS

9. Procurans odium   [4:06]   Carmina Burana, sec. XIII   CB 12
coro AT AP BS RC FG GM LT — vielle LP GR, tabor, flauto traverso

10. Vinum bonum   [4:07]   ms. Egerton, sec. XIII
coro AT AP BS RC FG GM LT — arpa, vielle LP GR, flauto dritto LL, campane EF

11. Ges de disnar   [4:17]   Bertrand de BORN, sec. XII
canto AT — arpa, vielle LP GR, flauto dritto LL, tamburo a cornice

12. Dixit pater familias  [1:01]   ms. I-Pa 2782, Perugia, sec. XIV
canto AT· coro AT AP BS

13. Poder á Santa Maria   [4:46]   Cantigas de Santa Maria, sec. XIII   CSM 161
canto AT· coro AT AP BS — salterio, arpa doppia, viella LP, flauti dritti LL GR, tamburo a cornice

14. Felix vitis   [2:50]   ms. I-Pa 2785, Perugia, sec. XIV
salterio, arpa, vielle LP GR, flauto traverso

15. A que Deus   [6:31]   Cantigas de Santa Maria, sec. XIII   CSM 351
canto AP · coro AT AP BS — oud, arpa, flauto traverso, darbouka, riqq

16. O divina virgo flore   [2:59]   Laudario di Cortona, sec. XIII
canto  BS · coro AT AP BS — liuto, arpa, viella GR, flauto traverso, tamburo a cornice

17. On Parole ~ A Paris ~ Frese nouvelle   [3:14]   ms. Montpellier, sec. XIII
canto AT AP BS — liuto, arpa, flauto traverso, campane EF

18. In taberna   [4:02]   Carmina Burana, sec. XIII   CB 196
canto AT BS · coro AT AP BS RC FG GM LT — arpa, viella LP, symphonia, flauto dritto LL, tamburo a cornice, campanella







Ensemble Chominciamento di Gioia

Antonella Tatulli · canto: #1, 3, 4, 5, 7, 11, 12, 13, 17, 18 · coro: #1, 2, 4, 5, 7, 8, 9, 10, 12, 13, 15, 16, 18
Assia Polito · canto: #1, 4, 5, 6, 15, 17 · coro: #1, 2, 3, 4, 5, 7, 8, 9, 10, 12, 13, 15, 16, 18
Baria Severo · canto: #1, 4, 7, 16, 17, 18 · coro: #1, 2, 3, 4, 5, 7, 8, 9, 10, 12, 13, 15, 16, 18

Riccardo Celentani · canto: #1 · coro: #1, 3, 4, 5, 9, 10, 18
Fabrizio Giovannetti · canto: #1 · coro: #1, 3, 4, 5, 9, 10, 18
Giorgio Monari · canto: #1 · coro: #1, 4, 5, 9, 10, 18
Leandro Teodori · canto: #1, 5 · coro: #1, 4, 5, 9, 10, 18

Elisabetta Di Filippo · salterio: #1, 5, 7, 13, 14 · campane: #4, 10, 17 · tamburi a cornice: #3, 6, 11, 13, 16, 18 · darbouka: #15 · tabor: #9
Olga Ercoli · arpa: #1, 3, 4, 5, 6, 7, 10, 11, 14, 15, 16, 17, 18 · arpa doppia: #13
Luigi Lupo · flauto traverso: #3, 4, 7,  9, 14, 15, 16, 17 · flauti dritti: #1, 5, 6, 10, 11, 13, 18 · campanella: #18
Luigi Polsini · viella: #1, 4, 6, 9, 10, 11, 13, 14, 18 · oud: #15 · liuto: #5, 7, 16, 17 · saz: #3
Gianfranco Russo · viella: #1, 3, 6, 7, 9, 10, 11, 14, 16 · symphonia: #4, 18 · flauti dritti: #5, 13 · riqq: #15




Trascrizioni e revisioni: Gianfranco Russo
Elaborazioni: Gianfranco Russo e Luigi Polsini
Traduzioni: Gianfranco Russo (latino e gallego-portoghese), Giorgio Monari (provenzale e francese antico)

Produzione: Gianfranco Russo
Produzione esecutiva: Giuseppe Moscati
Collana diretta da Claudio Pelati

Recording, mixing, mastering: Stefano Albarello
Registrato il 22,23,24–07–2003 presso l'Oratorio S. Eligio de' Ferrari, Roma
Grafica: Marco Animobono







In vinea mea
Il vino, la vite e la vigna nel Medioevo

Cantato dalla poesia profana, celebrato nel simbolismo religioso, prescritto dalla medicina ed elemento fondamentale dell'economia, il vino costituisce un importantissimo tassello della cultura medievale. Già affermata dal IV millennio a.C. in Mesopotamia, la civiltà del vino giunse in Europa attraverso l'Egitto, la Grecia e la Spagna. Ampiamente diffusa nell'area mediterranea la coltivazione della vite subì una battuta d'arresto tra il III e IV secolo d.C., con la crisi dell'impero romano, a causa del disordine politico ed economico e dell'insicurezza derivatane, che non consentivano l'impianto di colture agricole a lungo termine. La continuità della produzione fu garantita dalla necessità della Chiesa di avere disponibilità di vino per usi liturgici. Il vino portò nel Medioevo il bagaglio simbolico che aveva accumulato nei secoli passe-ti. Mezzo di comunicazione con la divinità ed elemento rituale, non poteva mancare nelle cerimonie nell'antico Egitto dove l'uva era detta "occhio del dio Horus". Nelle religioni dell'antichità il vino era considerato un dono degli dei portato agli uomini da Osiride per gli egizi, da Bacco/Dioniso per i latini e i greci, da Saturno per gli italici e da Noè per gli ebrei, mentre per gli etruschi era Voltumna il dio protettore delta vite. Bevanda di vita e d'immortalità era presente nelle commemorazioni e nei banchetti funebri e veniva sparso sulle tombe nelle cosiddette libagioni. Come d'uso nei riti funerari greci, la pira su cui arse il corpo del troiano Ettore fu spenta con "onde di purpureo vino" e, nel XII secolo, la Chanson de Roland recita che Carlo Magno fece lavare col vino i corpi dei caduti di Roncisvalle, prima di comporli in sacelli di marmo. Veicolo della possessione divina nei misteri dionisiaci greco-romani, in altri antichi culti il vino veniva mescolato al sangue nelle offerte sacrificali o ne prendeva il posto sublimandolo. Il vino rosso aveva col sangue un legame fortissimo: nelle Gesta Romanorum (1300 ca.) si narra che Noè, biblico inventore della bevanda, per stemperarne l'asprezza originale, concimasse le viti col sangue di quattro animali, leone, agnello, scimmia e maiale, infondendone nel vino anche le caratteristiche, che passavano poi, in varie combinazioni, nel comportamento dei bevitori. Per la mistica Hildegard von Bingen (XII sec.), la terra, resa impura dal sangue del delitto di Caino, si purifica trasformandolo nel succo dell'uva. Ma il più profondo livello di correlazione tra le due sostanze si raggiunge nel 1215, quando il Quarto Concilio Laterano afferma il dogma della transustanziazione, secondo cui il pane ed il vino dell'eucaristia non simboleggiano, ma sono di fatto la carne e il sangue del Cristo. Quando Cristo, nell'ultima cena, consacrando il vino pronuncia le parole "Questo è il mio sangue, il sangue dell'Alleanza", si ricollega al sangue sacrificale offerto da Mosè nell'Antica Alleanza di Dio col popolo ebraico. L'antica usanza di suggellare col sangue patti e intese, si trasformò in quella meno cruenta di sostituirlo col vino, che, ancora nel Medioevo, mantenne grande importanza anche nella definizione dei trattati di pace e negli accordi politici. Fin dal 1262 abbiamo tracce del "vinicopium" o "vinum testimoniale", cioè del valore vincolante del vino negli atti di compravendita.

Ma il vino, bevuto dal "calice dell'ira" era nell'antico testamento anche il simbolo della collera divina e la stessa allegoria appare nell'Apocalisse di Giovanni: "Chiunque adora la bestia e la sua statua e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano, berrà il vino dell'ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira". Nella parola biblica il vino è considerato con ambivalenza nel rappresentare il bene o il male. Da una parte c'è l'idea del vino come dono di Dio che allieta il cuore, ricordiamo nei Proverbi l'esortazione a dare "...vino a chi ha l'amarezza nel cuore. Beva e dimentichi la sua povertà e non ricordi più delle sue pene", lo stesso Cristo nell'ultima cena dice: "In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo benrrò nuovo nel regno di Dio". Ma sempre viene condannato l'eccesso, fonte d'ogni male: "Il vino è rissoso, il liquore è tumultuoso; chiunque se ne inebria non è saggio". La stessa ambiguità si trova nell'Islam, dove il vino, condannato e proibito perché inebria e distoglie dalla preghiera, tuttavia promesso come dono nel paradiso di Allah, dove "scorrono ruscelli in cui scivola il vino, delizia ai palati raffinati". Tra l'altro i massimi cantori del vino tra XII e XIII secolo furono musulmani come Khayyam, Attar, Rumi, tanto da far pensare che solo l'Islam andaluso, quello di Spagna, fosse rigoroso nel seguire le prescrizioni coraniche. Un ricchissimo simbolismo comprende tutte le fasi della produzione del vino: dalla vigna, alla vite, fino alla spremitura dell'uva, dove il torchio è mistica allegoria del sacrificio del Cristo e il succo che ne fuoriesce metafora del suo insegnamento. La vigna, che già nell'Antico Testamento rappresentava il popolo ebraico, Israele stesso, l'opera del Signore, diventa nella dottrina cristiana l'immagine della Chiesa, e vignaioli ne sono i fedeli; chi bene avrà lavorato nella vigna, avrà dal "pater familias" la giusta ricompensa, simbolo del giudizio finale del Padre Eterno. La vite rappresenta il Cristo, "vera vite" da cui si dipartono i tralci, immagine dei discepoli, diffusori della sua parola. Con la vite è raffigurata Maria Madre: "Salve, o vera vite che hai prodotto il grappolo maturo da cui è stillato il vino che rallegra le anime di quanti con fede ti glorificano". La fruttifera vite, che nella tradizione ebraica era l'albero dell'Eden, è anche allegoria della Sapienza e della sposa feconda del giusto. In virtù di questa profonda simbologia religiosa gli abiti sacerdotali, i capitelli, i fregi delle chiese sono ornati di grappoli, pampini e foglie di vite.

Il vino è, dai più antichi tempi, associato alla sessualità: la parola "vino" deriva dal sanscrito "vena", la cui radice "ven" significa piacere, amare (da cui Venus, Venere) ed è alla base dei nomi del prezioso nettare nelle varie lingue: "oinos" in greco, "vinum" in latino, "wein" nelle lingue germaniche e "wine" in quelle anglosassoni. Il vino è, dunque, per tutte le civiltà, apostolo d'amore, di felicità e di voglia di vivere e patrono della fertilità e della procreazione. Protagonista dei riti orgiastici nei culti bacchici per la sua forza liberatrice e disinibitoria, anche nel racconto biblico di Lot (ubriacato e sedotto dalle figlie per ripopolare la regione priva di uomini, dopo l'annientamento di Sodoma), ottundendone la coscienza, aggira i tabù della morale in funzione rigeneratrice. Più poetico è il mistico simbolismo erotico del vino nella sensuale spiritualità del Cantico dei Cantici. L'esegesi del XII secolo, riprendendo la simbologia della patristica più antica, leggeva nella lirica nuziale della Sposa e dello Sposo, l'unione spirituale dell'Anima, o della Vergine, con Dio/Cristo. Il Cantico si apre con le parole della Sposa: "Mi baci con i baci della tua bocca! Le tue tenerezze sono più dolci del vino", e ancora, "Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore". Lo Sposo risponde: "Quanto sono soavi le tue carezze, sorella mia, sposa, quanto più deliziose del vino", tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino drogato". E di nuovo la Sposa: "Il tuo palato è come vino squisito, che scorre dritto verso il mio diletto", "Ti farei bere vino aromatico, del succo del mio melograno".

Ben diversa e terrena è la prospettiva in cui si celebrano il vino e l'eros nella poesia goliardica del XII e XIII secolo, dove vino, dadi e donne sono al contempo cagione e meraviglioso conforto della costante indigenza che ne affligge i cantori. Nonostante l'attenzione che le autorità civili dedicavano alla coltivazione e alla vinificazione -ricordiamo il Capitulare de villis, fatto redigere da Carlo Magno in cui si disponeva "..che i nostri funzionari si incarichino delle vigne, che appartengono al loro ufficio e le facciano ben coltivare, che mettano il vino in buoni recipienti e veglino diligentemente che non vada in alcun modo perduto"- furono la Chiesa e, più in particolare, le comunità monastiche che ebbero il merito della preservazione e dello sviluppo della viticoltura fino a tutto il Medioevo; infatti, oltre che per le necessità eucaristiche, il vino, pur senza abuso, era prescritto dalla regola monastica come bevanda principale, energetica e terapeutica, per tutta la comunità cenobitica. I conventi, relative oasi di pace in tempi di disordine, epidemie e invasioni, oltre che luoghi in cui era depositata la cultura del tempo, erano i posti ideali in cui sperimentare e perfezionare la produzione. Se a questo aggiungiamo la consuetudine durante il Medioevo di assegnare in eredità i vigneti agli ordini monastici, possiamo capire il primato che benedettini e cluniacensi ebbero nello sviluppo di tecniche di vinificazione sempre più raffinate e volte a un risultato di sempre più alta qualità.

Ogni mensa medievale era fornita di vino, bevanda popolare quanto, se non più dell'acqua: quest'ultima era spesso un liquido malsano ed inquinato, e il vino, di qualità variabile a seconda del censo, mescolato all'acqua la disinfettava e purificava. L'usanza di consumare il vino mescolato all'acqua era anche un retaggio dei riti in cui la combinazione dei due elementi rappresentava l'unione del divino con l'umano. Raramente il vino era gustato puro, tanto che l'atto del versare il vino, cioè mescere, vuol dire appunto mescolare. Con la progressiva urbanizzazione e l'aumentata qualità e quantità della produzione, si svilupparono scambi e mercati che portarono il vino a evolversi da prodotto destinato all'alimentazione e agli usi liturgici, anche in merce ricercata. Già dall'XI secolo, la sua produzione e il suo commercio divennero fonte di ricchezza per la nascente borghesia mercantile. Importantissima voce degli introiti fiscali, negli statuti cittadini si moltiplicarono le norme concernenti la coltivazione della vite, la vendemmia e, via via, fino allo smercio e al consumo del vino nei nuovi esercizi prodotti dall'urbanizzazione che sono le taverne. Il vino apprezzato nel Medioevo era principalmente giovane, di colore chiaro e di gusto dolce. Il vino "vecchio" veniva tagliato con mosto o vino novello. Per rendere il colore più chiaro e trasparente si aggiungeva chiara d'uovo (il famoso chiaretto tanto di moda sulle mense signorili). Nel caso il vino fosse rosso, piaceva di colore intenso, spesso ottenuto dall'aggiunta di bacche nere o uve selvatiche. Enorme favore incontravano i vini addolciti con miele, speziati con cannella o chiodi di garofano, cotti con erbe e frutta.

Il vino era anche protagonista nelle raccolte di regole igienico-sanitarie come i trecenteschi Tacuina Sanitatis. Puro o come ingrediente di sciroppi ed infusi curava e preveniva i malanni. Derivata dalla scuola degli antichi greci, la dottrina medica medievale classificava le sostanze in base ai quattro temperamenti (caldo, secco, umido e freddo) A loro volta associati ai quattro umori (sangue, flegma, bile gialla e bile nera), di cui si riteneva fosse formato l'organismo. Le malattie erano provocate dallo squilibrio di questi umori e andavano curate con principi che, in base alle categorie dei temperamenti, si trovavano all'opposto dell'umore che aveva provocato la disarmonia. Il vino, di temperamento "caldo e secco", nutre, riscalda, rallegra e infonde coraggio. Inebriante ed euforizzante, era magnifico strumento di fuga dal quotidiano di un Medioevo fune-stato da guerre, pestilenze, miserie e inquisizioni e l'osteria era centro del piacere concreto e vitale.

In quest'ambito si viene a creare nel Medioevo una ricca letteratura musicale, sacra e profana, sul vino e suite sue espressioni: il programma si apre con Bacche bene venies, uno dei più noti tra i Carmina Burana, popolare raccolta di canti satirici goliardici, espressione della cultura dei clerici vagantes. Erano, questi, studenti che avevano acquisito lo stato di chierici, per poter frequentare le prestigiose università sorte nel XII secolo presso le grandi cattedrali in tutta Europa. Il fatto di spostarsi da un'università all'altra per seguire le lezioni dei maestri più rinomati, da cui il termine vagantes, ne fece una sorta di comunità cosmopolita portatrice di una cultura sovranazionale. La poetica goliardica, infatti, pur essendo produzione del basso clero, sembra rifarsi, più che all'etica cattolica, alla poesia araba o dell'antichità classica e canta il vino, associato ai piaceri terreni come il sesso e il gioco, e la taverna come tempio del piacere collettivo. L'inno a Bacco, dio dell'ebbrezza, percorre tutti gli effetti che la magnificata bevanda ha su uomini e donne in un crescendo di terrena felicità. Altra celebrazione è dedicata in un altro brano della raccolta ad Epicuro, il filosofo greco della ricerca del piacere (sarebbe meglio dire del controllo delle passioni, che possono generare il dispiacere), che in Alte clamat Epicurus viene forzosamente trasformato in sacerdote di crapule e bagordi, devoto del dio Ventre. Nel canto In taberna compare quello che si può definire il manifesto della visione del mondo dei goliardi: la vita passata in promiscua baldoria tra gioco, donne e vino. L'ultimo dei canti tratti dai Carmina Burana, Procurans odium, appartiene ad un altro dei filoni della poetica dei chierici vaganti, quello moraleggiante e propone un'immagine dell'analogia vino-sangue in cui dall'uva si vendemmia il sangue dei nemici maldicenti. Sempre al repertorio goliardico, in particolare a quello della medievale "festa dei folli", in cui una volta all'anno si sovvertiva ogni regola e gerarchia, addirittura fino alla celebrazione di messe blasfeme, appartiene la sequenza Vinum bonum, contrafactum della sequenza mariana "Verbum bonum", in cui le lodi alla Vergine vengono sostituite dall'esaltazione del vino. La tecnica del contrafactum, cioè la sostituzione del testo di un brano lasciando invariata la musica, la metrica e la struttura delle rime e delle assonanze, era molto usata anche dai trovatori, oltre che dai clerici vagantes, ed è una tecnica particolarmente raffinata che richiede una comunità chiusa la quale, conoscendo l'originale, sia in grado di apprezzare l'artificio. Anche i tre canti Bache bene venies, In taberna e Alte clamat Epicurus, sono parodic rispettivamente di conducti del Ludus Danielis e di un canto di crociata di Walther von der Vogelweide conosciuto come Palastinalied.

Al genere della lauda monodica in volgare appartengono le quattro Cantigas de Santa Maria, un corpo di oltre quattrocento canti in gallego-portoghese, raccolti su disposizione di Alfonso X, "El Sabio", nella Spagna della seconda metà del XIII secolo. Con intento celebrativo-moraleggiante raccontano di miracoli compiuti da Santa Maria per soccorrere i suoi fedeli e punire i peccatori: Como Deus fez vynno e A que Deus narrano il miracolo della moltiplicazione del vino in diverse circostanze, mentre in Poder á Santa Maria la Vergine protegge dalla grandine la vigna di un suo devoto. In Ben pod'as cousas infine fa scomparire una macchia di vino rosso da una candida tovaglia d'altare. Sempre al genere della lauda in volgare, ma questa volta in italiano, appartiene O Divina Virgo flore, tratta dal Laudario di Cortona, una raccolta di monodie duecentesche di area tosco-umbra. In questa lauda appare il tema di Maria Madre che genera il Cristo e quindi "porta il vino e il pane" simboli e concreta sostanza del suo sacrificio.

Alla poesia trobadorica appartengono due brani: Ges de disnar, del trovatore Bertrand de Born, e l'anonimo e ironico L'autre ièr cuidèi aver druda. Nella poetica del trobar clos, il vino compare, senza particolari iperboli, come semplice elemento del buon vivere, da offrire agli ospiti per buona accoglienza e complemento di una buona tavola. Dalla trecentesca satira del Roman de Fauvel proviene il mottetto politestuale a tre voci Quand je le voi/Bon vin doit/Cis chans veult boire, in cui ogni voce canta con testo diverso l'inno a un'allegra compagnia di beoni. Di analoga struttura il mottetto duecentesco On parole/A Paris/Frese nouvelle, tratto dal codice di Montpellier, uno dei monumenti della polifonia dell'Ars Antigua del XIII secolo, in cui, su un tenor tratto dalle grida di strada del venditore di frutta, le due voci superiori tessono le meraviglie della città di Parigi dove si trovano buoni compagni, fanciulle disponibili, buon cibo e, soprattutto, buon vino, naturalmente "chiaretto". La forma del mottetto medievale appartiene ad un genere di polifonia, che tocca una perfezione mai più raggiunta nei successivamente: infatti si sviluppano insieme da due a quattro voci che dal punto di vista musicale hanno senso autonomo, a differenza delle voci della polifonia dei secoli successivi, in cui nessuna voce presa a sé stante ha senso compiuto. Inoltre a sommo compimento di questa armonica autonomia le voci potevano avere testi diversi e addirittura in diverse lingue, come il francese e il latino.

Infine alla liturgia domenicana appartengono i brani di cantus planus tratti da codici del XIV secolo. Deficiente vino, antifona per i vespri della domenica dopo l'Epifania, è un canto che si fa risalire all'870 e rievoca il primo miracolo di Cristo, quello della trasformazione dell'acqua in vino alle nozze di Cana. Il coevo, Dixit Pater familias, si riferisce alla parabola degli operai-fedeli e della vigna-Chiesa. L'antifona Sacerdos in aeternum celebra l'istituzione dell'eucaristia con la consacrazione e l'offerta del pane e del vino. Infine Felix vitis è la versione mensurale strumentale di un responsorio dell'officium del mattutino, in cui si esalta l'immagine del Cristo, Mistica Vite, fonte di Celeste Vino, Bevanda di Vita. In tanta ricchezza e ambiguità è difficile dire se il "nettare degli dei" fosse più strumento di felicità terrena o mistico tramite di trascendente spiritualità, comunque... in vino veritas.

Gianfranco Russo






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